Hiv e prevenzione: conoscere è il primo passo per proteggersi

Hiv e prevenzione: conoscere è il primo passo per proteggersi

L’intervista al Presidente di ANLAIDS Lombardia, Andrea Gori. Con lui abbiamo parlato dell’importanza della prevenzione, dell’evoluzione dell’HIV oggi, dei bisogni che emergono dal progetto NEXUS rivolto alle persone migranti e del ruolo fondamentale di una rete di assistenza capace di accompagnare le persone nel tempo.

 

Perché è ancora importante parlare di HIV e infezioni sessualmente trasmissibili, tra prevenzione, diagnosi e accesso alle cure?

Perché l’HIV e le altre infezioni sessualmente trasmissibili non sono scomparse. Ogni anno, in Italia, migliaia di persone ricevono una nuova diagnosi e troppo spesso arrivano al test quando l’infezione è già presente da tempo. Parlare di prevenzione significa dare alle persone gli strumenti per proteggersi, conoscere il proprio stato di salute e accedere tempestivamente alle cure. Oggi l’HIV è una patologia trattabile, ma la diagnosi precoce continua a fare la differenza, sia per la salute della persona sia per la riduzione della trasmissione del virus.

Ci può spiegare il progetto NEXUS, quali bisogni emergono tra le persone migranti e perché il test da solo non basta?

NEXUS è un progetto coordinato da ANLAIDS Lombardia che nasce dalla collaborazione tra associazioni e realtà del territorio impegnate nella prevenzione, nell’inclusione sociale e nell’accesso alle cure. Il suo punto di forza è proprio il lavoro di rete, perché il test è solo il primo passo di un percorso di accompagnamento che mette al centro la persona. Le persone con background migratorio si trovano ad affrontare barriere amministrative complesse, che rendono difficile l’accesso alle cure non emergenziali. L’obiettivo di NEXUS è accompagnarle in questo percorso, perché nessuno venga lasciato indietro. (Nel progetto NEXUS, i partner di ANLAIDS Lombardia sono Famiglia Nuova, ANLAIDS Sicilia e NPS Sicilia, con la collaborazione di Italian Global Health Action.)

Quanto conta, per chi vive con HIV o altre fragilità, avere una rete di cura vicina e continuativa?

Conta moltissimo. Ricevere una diagnosi può generare paura, dubbi e senso di isolamento. Sapere di poter contare su professionisti, mediatori culturali, associazioni e servizi che lavorano insieme permette alle persone di affrontare il percorso con maggiore serenità. La continuità della cura non riguarda solo i farmaci, ma anche l’ascolto, l’orientamento e un supporto concreto che accompagna la persona nelle difficoltà della vita quotidiana, rimettendo al centro non la patologia, ma la persona nella sua interezza.

Quale messaggio vorrebbe lasciare a chi, per paura o vergogna, rimanda un test o non chiede aiuto?

Vorrei dire che la paura e la vergogna sono sentimenti umani e legittimi: non vanno giudicati, ma non devono diventare una prigione. Spesso si rimanda il test perché si ha paura del risultato, come se non sapere potesse eliminare il rischio. In realtà è vero il contrario: conoscere il proprio stato di salute è il primo passo per prendersi cura di sé.

Oggi la medicina mette a disposizione strumenti diagnostici e terapie sempre più efficaci, ma il tempo può fare la differenza. Fare il test non è una condanna, è un gesto di responsabilità e di coraggio che restituisce la possibilità di scegliere consapevolmente per la propria salute e per il proprio futuro.

Inoltre, esistono servizi gratuiti, anonimi e senza giudizio, dove professionisti e operatori sono pronti ad accogliere, ascoltare e accompagnare le persone in questo percorso. Chiedere aiuto non è un segno di debolezza, ma il primo passo per superare la paura e riprendere in mano la propria vita.

Per maggiori informazioni scarica la locandina.

L’infermiere a domicilio, ogni giorno accanto alla cura

L’infermiere a domicilio, ogni giorno accanto alla cura

Quando si avvia un percorso di cure domiciliari, per il paziente e per chi se ne prende cura ogni giorno si apre una fase nuova, che richiede attenzione, adattamento e nuovi punti di riferimento. In questo contesto, la figura dell’infermiere assume un valore particolare, perché rappresenta spesso la presenza più vicina, costante e concreto all’interno del percorso assistenziale.

L’infermiere a domicilio entra nella quotidianità della persona, ne osserva l’evoluzione, monitora la situazione clinica, segue le terapie e dà continuità al percorso di cura. È una presenza professionale e profondamente umana, capace di portare competenza dentro un contesto delicato come quello della casa, dove ogni equilibrio è diverso e richiede attenzione, ascolto e capacità di adattamento.

Uno degli aspetti più rilevanti del suo ruolo è proprio questo: l’infermiere vede ciò che spesso altrove resta sullo sfondo. Un piccolo cambiamento nell’appetito, nel sonno, nell’energia, nell’umore o nell’autonomia può diventare un segnale importante. Per questo il suo lavoro non si misura solo in ciò che fa, ma anche in ciò che sa cogliere, prevenire e condividere con il resto dell’équipe.

Per i caregiver, la sua presenza fa la differenza anche sul piano pratico e relazionale. Aiuta a comprendere meglio la gestione della terapia, offre indicazioni chiare, supporta nei dubbi e contribuisce a rendere più sostenibile la cura nella vita di tutti i giorni. In molti casi è anche la figura che aiuta a sentirsi meno soli, dando ordine e continuità a una fase complessa.

C’è poi una curiosità che racconta bene il valore di questo ruolo: nelle cure domiciliari l’infermiere non osserva solo la malattia, ma la persona nel suo insieme. La casa restituisce elementi preziosi che permettono di costruire un’assistenza più aderente alla realtà e più efficace.

Il 12 maggio si celebra la Giornata Internazionale dell’Infermiere, un momento utile per riconoscere il valore di una professione che ogni giorno rende possibile una cura più vicina, continua e attenta alle persone.

In un modello di assistenza territoriale sempre più orientato alla presa in carico continuativa e integrata, l’infermiere è una figura centrale: un presidio quotidiano che tiene insieme aspetti clinici, bisogni pratici e qualità della vita.

La cura a casa, quando diventa relazione: la testimonianza di Luca Liguori

La cura a casa, quando diventa relazione: la testimonianza di Luca Liguori

Ci sono esperienze che spiegano l’assistenza domiciliare meglio di qualsiasi definizione, perché parlano di vita quotidiana: della fatica degli spostamenti, delle attese, di percorsi sanitari che, soprattutto con l’età e la fragilità, possono diventare pesanti. È da qui che parte la testimonianza di Luca Liguori, storico giornalista della RAI, inviato speciale per decenni in moltissimi Paesi e radiocronista dello sbarco sulla Luna.

Nel suo racconto, la cura a casa non è solo una questione di comodità: è la possibilità di recuperare tempo, ascolto e dialogo. Liguori descrive così l’incontro con Paxme: “un nome di speranza”, che lui stesso rilegge come “la pace per me, la sicurezza, la lentezza finalmente di un dialogo con chi ti cura”. È un passaggio semplice ma decisivo, quando la cura entra in casa, può diventare anche relazione.

E la relazione, in assistenza domiciliare, è ciò che rende il percorso più sereno e sostenibile, per chi è assistito e per chi gli sta accanto. “Cominci a dialogare e comincia a nascere una sorta di empatia, di rapporto amichevole”, racconta Liguori, sottolineando quanto questa dimensione umana spesso manchi nei contesti più affollati e frenetici.

C’è poi un aspetto che colpisce particolarmente: la cura a domicilio può generare un impatto positivo anche sul clima familiare. Liguori lo dice con parole molto nette: “non è solo un rapporto personale, si crea una sorta di impatto familiare. Essere curati in casa è come uno scambio di cortesie, di affetti, è una famiglia allargata”. È la fotografia di ciò che la cura a casa può offrire quando competenza e umanità procedono insieme: non solo prestazioni, ma presenza, fiducia, rispetto.

Video completo su  Youtube

Medici specialisti a domicilio: nuova opportunità di collaborazione con Paxme

Specialisti a domicilio: la nuova opportunità in collaborazione con Paxme

Regione Lombardia ha avviato una nuova sperimentazione che segna un cambio di passo importante per il territorio: l’introduzione delle visite mediche specialistiche a domicilio per gli utenti attivi nelle cure domiciliari (ex-ADI). Una misura pensata per rispondere ai bisogni delle persone più fragili e non trasportabili, che spesso non riescono a effettuare gli appuntamenti necessari al monitoraggio delle proprie patologie croniche.

Si tratta di un progetto innovativo che mira a superare il modello prestazionale tradizionale, aprendo la strada a una presa in carico più continuativa, specialistica e personalizzata. Portare lo specialista direttamente a casa del paziente significa garantire una valutazione clinica più accurata, correggere tempestivamente eventuali terapie, prevenire complicanze e ridurre gli accessi non necessari al Pronto Soccorso o le ospedalizzazioni evitabili.

L’approccio proposto dalla sperimentazione introduce un vantaggio concreto anche per il sistema sanitario territoriale: il professionista opera dove il paziente si trova, nel momento più opportuno e senza barriere logistiche, rafforzando la continuità assistenziale e migliorando l’equità di accesso alle cure.

In questo contesto, Paxme sta lavorando per attivare una rete strutturata di medici specialisti nelle aree ATS Milano, ATS Brianza e ATS Insubria. L’esperienza maturata negli anni ci conferma che il bisogno di visite specialistiche domiciliari è reale e crescente: molti dei nostri utenti, a causa della fragilità o dell’impossibilità di spostarsi, non riuscirebbero a completare le valutazioni di cui avrebbero clinicamente bisogno.

Per supportare al meglio questa nuova fase, Paxme mette a disposizione dei professionisti una centrale operativa dedicata, che si occupa dell’intera organizzazione: dalla pianificazione delle visite alla gestione delle agende, fino all’ottimizzazione degli spostamenti e al coordinamento con medici di medicina generale ed équipe assistenziali. Il medico indica semplicemente le proprie disponibilità e le aree di interesse; la struttura organizza tutto il resto, riducendo al minimo i tempi morti e valorizzando ogni ora di attività clinica.

I benefici di questo modello sono rilevanti anche per i pazienti e per il Sistema Sanitario Regionale: un accesso più agevole alle cure, la possibilità di prevenire complicanze, una maggiore continuità terapeutica e una gestione più efficiente ed equa delle risorse territoriali.

Per sostenere la sperimentazione e rispondere ai bisogni dei cittadini, Paxme è alla ricerca di specialisti disponibili ad avviare collaborazioni professionali nelle seguenti discipline: Cardiologia, Geriatria, Pneumologia, Neurologia, Diabetologia, Urologia, Chirurgia vascolare, Dietologia e Medicina palliativa.

I medici interessati possono contattare il nostro Direttore Sanitario, Dr. Jacopo Tagliabue, al numero 02 67382785, oppure scrivere a direzionesanitaria@paxme.com 

Cure palliative: non si è mai soli

Cure palliative: non si è mai soli

Ogni anno, nel mese di novembre, si celebra la Giornata Mondiale delle Cure Palliative, un’occasione per diffondere consapevolezza su un tema ancora troppo poco conosciuto: il diritto alla cura, anche quando non è più possibile guarire.

“Le cure palliative migliorano la qualità di vita del paziente e della sua famiglia. Non guariscono la malattia, ma si prendono cura della persona nella sua globalità, alleviando la sofferenza fisica, psicologica e sociale” – Cecilia Vallisneri, responsabile Cure Palliative di Paxme.

Le cure palliative non sono più riservate solo ai pazienti oncologici, ma si rivolgono anche a chi convive con patologie croniche, neurologiche, cardiache, renali o con forme di demenza. Negli ultimi anni, la legge 38 del 2010 ha riconosciuto a ogni cittadino il diritto a riceverle gratuitamente. Eppure, oggi in Italia solo una persona su quattro vi accede, nonostante oltre 500.000 pazienti ne avrebbero bisogno ogni anno.

“C’è ancora molto da fare sul piano culturale. Dobbiamo far capire che le cure palliative non riguardano solo il fine vita, ma accompagnano il paziente e la sua famiglia anche durante le fasi più difficili della malattia, per non lasciarli soli.”

In occasione della Giornata Mondiale, Paxme rinnova il suo impegno nel promuovere una cultura della cura che metta al centro la persona, la sua storia e i suoi legami.

“Abbiamo deciso di coinvolgere lo psicologo fin dall’inizio del percorso, perché conoscere la famiglia aiuta a comprenderne meglio i bisogni, anche quelli più nascosti.” Una caratteristica distintiva del servizio di Paxme: una scelta che nasce dalla volontà di innovare concretamente le modalità di presa in carico, ponendo al centro non solo il paziente ma anche la sua rete di relazioni. “Questo approccio ci permette di cogliere i bisogni più profondi, anche quelli che spesso restano inespressi, e di costruire insieme un cammino di cura più attento, umano e personalizzato”.

Per Paxme, la qualità dell’assistenza passa dalla capacità di ascoltare, comprendere e accompagnare ogni persona nel modo più adeguato e rispettoso possibile.

Guarda l’intervista a Cecilia Vallisneri, responsabile Cure Palliative Paxme

Cure domiciliari: una nuova prospettiva per la medicina del territorio

Cure domiciliari: una nuova prospettiva per la medicina del territorio

Il domicilio non è solo un luogo fisico, ma uno spazio relazionale e affettivo che permette di costruire interventi personalizzati e restituire centralità alla persona e alla sua famiglia. Da questa convinzione nasce l’impegno di Paxme nello sviluppo di nuovi modelli di cure domiciliari.

Per Jacopo Tagliabue, direttore sanitario di Paxme “l’assistenza a casa consente non solo di garantire continuità clinica, ma anche di offrire sicurezza psicologica, vicinanza e fiducia”.

Perché questo sia possibile, è fondamentale il lavoro delle équipe multidisciplinari composte da infermieri, fisioterapisti, OSS, educatori, psicologi, assistenti sociali e medici specialisti (geriatri, fisiatri, palliativisti). Professionisti formati non solo dal punto di vista tecnico, ma anche relazionale, per creare un legame empatico con pazienti e caregiver.

L’approccio di Paxme mira a una presa in carico globale, che includa aspetti clinici, funzionali, cognitivi e sociali, valorizzando il ruolo della famiglia e dei caregiver, veri protagonisti dell’assistenza quotidiana. A questo si aggiunge un importante lavoro di educazione sanitaria, essenziale per dare strumenti pratici a chi affianca ogni giorno la persona malata.

Guarda l’intervista completa a Jacopo Tagliabue